Fase 2, i timori delle imprenditrici: “Il decreto del governo ci lascia l’amaro in bocca”

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Unione Commercianti e Terziario Donna Confcommercio scrivono al sindaco Patrizia Barbieri. Di seguito la nota.

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In queste terribili settimane il territorio piacentino ha pagato un alto tributo di vite umane; ha affrontato l’emergenza sanitaria dimostrando grande coraggio e spirito di sacrificio. Pensiamo al lavoro di medici, infermieri e operatori sanitari; a quello dei numerosi volontari, delle forze dell’ordine e degli uomini delle istituzioni come Lei.

In questo elenco però ci permettiamo di aggiungere anche tante imprenditrici della provincia di Piacenza che per il bene comune hanno deciso di abbassare le serrande delle loro attività; hanno deciso di spegnere le luci dei loro negozi e di chiudere le porte delle loro imprese senza alcuna garanzia e ben prima dell’entrata in vigore di decreti che imponessero loro il lockdown. Scelte dolorose, che pesano ancora oggi sull’economia famigliare di molte; ma che sono state compiute con altruismo e generosità, senza pensare al tornaconto personale, ma all’esigenza di “chiudere ora, per ripartire al più presto domani”.

Fase 2, il decreto ci lascia l’amaro in bocca

Ebbene, questo domani per noi sembra non arrivare mai. La Fase 2 è alle porte. Il 4 maggio, data in cui tutto dovrebbe ricominciare, è dietro l’angolo, ma ancora ci sono molti nodi da sciogliere.

Il decreto governativo firmato dal premier Conte il 27 aprile ci lascia l’amaro in bocca; ci riferiamo ad esempio alle estetiste e alle parrucchiere che dovranno attendere fino al 1 giugno per tornare sul mercato, ai nostri Pubblici Esercizi, bar e ristoranti che non sanno a quali condizioni potere riaprire; e, purtroppo, ad interi settori non considerati che stanno morendo.

Capiamo l’esigenza di procedere con cautela e a step, ma è necessario che le misure adottate siano da subito concrete e calate nella realtà delle nostre attività e delle nostre vite. Non bastano agevolazioni fiscali, tassazioni ridotte o sostegni economici “una tantum”: vogliamo essere messe nelle condizioni di potere lavorare e tornare ad esistere, perché i nostri mestieri, ricordiamolo, sono parte imprescindibile delle nostre identità. Oltre che fonte primaria per la sussistenza delle nostre famiglie.

“Le imprenditrici siano ascoltate e possano avere voce”

Per questo Terziario Donna Confcommercio chiede che le donne imprenditrici siano ascoltate e possano avere voce nelle sedi e nelle cabine di regia in cui verrà deciso il loro futuro. Perché l’attenzione all’imprenditoria femminile non può essere solo uno slogan di moda da sciorinare nella bella stagione. Le donne imprenditrici più volte nella storia del nostro Paese hanno dato prova di grande abilità, di resilienza e di capacità di trasformare momenti di crisi in grandi opportunità. Dateci la possibilità di decidere del nostro destino.

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