Tetto per gli alunni stranieri, Cgil: “Si usa la scuola per coprire i reali problemi del Paese”

Repertorio

“Quanta strumentalità e propaganda ideologica c’è dietro il dibattito sul tetto degli alunni stranieri al 30% che il Governo Meloni e il Ministro Valditara tentano di far passare persino con un decreto a scuola già iniziata. Un’operazione che ha tutta l’aria di essere un vero e proprio specchietto per le allodole, orchestrato per distogliere l’attenzione dai veri problemi reali che le famiglie e i lavoratori affrontano ogni giorno: dal caro benzina al caro energia, fino al continuo aumento dei prezzi del carrello della spesa”. Inizia così la nota della Cgil.

LA NOTA DELLA CGIL

«I dati smentiscono categoricamente l’urgenza e l’utilità di un provvedimento strutturato unicamente su quote burocratiche e logiche securitarie», dichiara Giovanni Zavattoni, Segretario Generale della FLC CGIL Piacenza. «A livello nazionale, su oltre 300.000 classi funzionanti, sono appena un migliaio quelle che superano la soglia del 30% per presenza di alunni neoarrivati, e si tratta di situazioni limitate ad alcune zone e contesti particolari. Stiamo parlando di un non-problema creato ad arte per fare propaganda sulla pelle dei bambini e per nascondere l’incapacità di dare risposte all’emergenza salariale e al costo della vita. Il vero problema della scuola non è la nazionalità degli studenti, ma il fatto che le scuole non hanno più risorse, soffrono tagli continui all’organico e subiscono la progressiva riduzione del tempo scuola.»

In Italia gli studenti con cittadinanza non italiana sono oltre 930.000 (l’11,6% della popolazione scolastica) e più di due terzi (il 65%) sono nati in Italia. Dentro questa categoria statistica si accorpano impropriamente ragazzi nati qui, che parlano italiano esattamente come i loro compagni, e studenti arrivati da pochissimo che necessitano di un vero supporto linguistico. L’Emilia-Romagna è la seconda regione d’Italia per numero di alunni stranieri (oltre 113.000, con un’incidenza superiore al 20,5%), e Piacenza si conferma la seconda provincia in Italia con la concentrazione più alta, oltre il 25%. A fronte di un drammatico calo demografico (l’inverno demografico che vede la continua diminuzione delle nascite), la scuola pubblica rappresenta il principale presidio di coesione e futuro per il Paese.

«Piacenza vive da vicino la complessità di questo quadro, ma la scuola ha retto finora solo grazie allo sforzo straordinario dei docenti e del personale scolastico», prosegue Zavattoni. «Se il Governo leggesse i dati del Ministero invece di lanciare decreti tardivi e propagandistici, capirebbe che le criticità sono d’ordine pedagogico e linguistico, non d’ordine pubblico. L’unica vera soluzione non sono le barriere burocratiche, ma la scelta strategica di investire nei settori della conoscenza. Alle scuole servono la contemporaneità e la compresenza degli insegnanti per fare una vera alfabetizzazione, la presenza stabile di educatori e mediatori culturali, la valorizzazione dei docenti specializzati in Italiano L2 e una drastica riduzione del numero di alunni per classe per cancellare definitivamente le “classi pollaio”.»

Gli articoli 3 e 34 della Costituzione ricordano che “La scuola è aperta a tutti… senza discriminazione di sesso, di razza, di lingua o di religione”, principi richiamati con forza anche dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel ribadire che la scuola è la più efficace leva di integrazione e coesione sociale.

«A scuola si costruiscono legami e si fa crescere il pensiero critico, non si alzano muri o diffidenze. Nessun bambino o bambina è straniero in una classe», puntualizza il Segretario della FLC CGIL Piacenza. «La scuola pubblica ha il compito costituzionale di unire, integrare ed emancipare. Liquidare la complessità del sistema educativo con slogan ed espedienti normativi a scuola avviata è un atto di arroganza istituzionale. Come FLC CGIL Piacenza respingiamo con forza ogni logica di discriminazione e facciamo appello a tutta la società civile per reagire contro chi usa la scuola pubblica come clava ideologica, continuando a rivendicare l’unica strada credibile per il futuro del Paese: investimenti veri e concreti sull’istruzione e sulla conoscenza», conclude Giovanni Zavattoni.

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