“Devi lottare, devi sopravvivere per raccontare al mondo, quando sarai fuori di qui, quello che ci hanno fatto”. Sono le ultime parole che Erna De Vries, scomparsa nel 2021 e per decenni testimone dell’orrore dei lager, sentì dalla voce di sua madre, ebrea, mentre le diceva addio prima di essere condotta alla morte nelle camere a gas. Un impegno che lei – salva solo perché “meticcia di primo grado”, di padre cristiano – avrebbe onorato con dignità e amore per il resto della sua vita”. E’ iniziato così il discorso del sindaco Katia Tarasconi durante la cerimonia del Giorno della Memoria.
IL DISCORSO DI KATIA TARASCONI
Perché la memoria non è solo un ricordo o una sensazione individuale – “il buio della fame se ancora oggi vedo un tozzo di pane in terra”, diceva Erna, o la corteccia bianca delle betulle, le stesse dei boschi che davano il nome a Birkenau – ma è un imperativo, un dovere civico e morale nei confronti delle generazioni che hanno vissuto l’abominio della Shoah. E al tempo stesso una responsabilità collettiva verso i più giovani, cui affidiamo oggi la costruzione e la speranza di un futuro di pace.
Conoscere è necessario. Auschwitz, come è stato detto, non era solo all’interno di quel perimetro segnato dal filo spinato, ma gettava le sue fondamenta nei ghetti, nelle scuole, negli edifici pubblici e nelle strade di ogni luogo in cui una minoranza è stata discriminata, costretta a nascondersi, fatta oggetto di stigma e di brutale violenza, culminata in rastrellamenti e deportazioni, per la propria fede religiosa, l’origine etnica, l’identità sessuale. Per le convinzioni politiche. Persino per le proprie caratteristiche fisiche: una disabilità, i tratti semitici o non conformi al modello della perfezione ariana.
Le radici di Auschwitz erano nelle leggi di Norimberga che tolsero lo status di cittadini agli ebrei tedeschi nel 1935. Erano in ogni comma delle norme razziali promulgate in Italia, tre anni più tardi, dal regime fascista. Erano nelle pieghe degli abiti su cui si doveva applicare la stella gialla con la lettera J di “Jude”, o nella fascia da portare al braccio come segno distintivo, manifesto di una diversità che diventava bersaglio e capro espiatorio nel disegno aberrante della soluzione finale.
Viene da chiedersi, oggi, dove quelle radici abbiano attecchito: ne vediamo il germe nelle conseguenze devastanti di guerre che colpiscono civili inermi, nella prevaricazione dei conflitti sulla diplomazia, nelle ideologie suprematiste e portatrici d’odio, nel sangue della repressione contro chi scende in piazza per chiedere libertà e diritti.
Sono trascorsi 81 anni, da quel 27 gennaio del 1945 che è simbolo e custode di memoria, ma le drammatiche assonanze con il nostro tempo non possono lasciarci indifferenti. Nel nome delle vittime della Shoah cui rendiamo il nostro omaggio, celebriamo in questa ricorrenza valori universali: la sacralità dell’esistenza, l’inviolabilità della persona, l’uguaglianza sancita dalla nostra Costituzione, anche in risposta a quella voragine che aveva inghiottito la pietà, il rispetto e i diritti inalienabili di milioni di donne, uomini e bambini.
“L’Olocausto – ha ammonito Sam Kaltman, reduce di Dachau – ci ha mostrato che la patina della civiltà umana è così sottile, e fragile, da non poter escludere che ciò che è stato si ripeta”. Forse quella patina è sempre più consunta, ma riesce ancora a proteggerci ogni volta che denunciamo un’ingiustizia o esprimiamo solidarietà nei confronti di chi soffre, ogni volta che respingiamo la politica fondata sulla violenza, l’impronta della xenofobia, o qualsiasi accenno di revisionismo e relativismo storico. Continuiamo a tesserlo, quel filo che ci lega al passato, perché non solo farà sì che non si dimentichi, ma che per sempre ci insegni chi siamo.
Iscriviti per rimanere aggiornato!
Compilando i campi seguenti potrai ricevere le notizie direttamente sulla tua mail. Per garantire che tu riceva solo le informazioni più rilevanti, ti chiediamo gentilmente di mantenere aggiornati i tuoi dati.
