“Le recenti proposte relative all’introduzione di rigidi tetti per la presenza di alunni con background migratorio nelle classi, riaprono pretestuosamente un dibattito certamente fondamentale sul modello educativo del nostro paese. Si ripropone così un approccio oramai noto che predilige una analisi superficiale attorno a criticità di volta in volta selezionate in base a riflessioni che paiono di matrice nettamente ideologica, piuttosto che su una disamina organica delle loro radici“. Così inizia la nota della Cgil.
LA NOTA DELLA CGIL
La ricerca pedagogica moderna e le migliori pratiche internazionali dimostrano in modo incontrovertibile che i modelli di mera “integrazione” o “assimilazione”, orientati ad adattare passivamente lo studente a un disegno culturale predefinito, hanno ampiamente mostrato i propri limiti. Le esperienze di diversi paesi europei confermano che la frammentazione o la gestione rigida e burocratica delle presenze scolastiche rischiano di accentuare i divari sociali anziché ridurli.
Al contrario, l’inclusione rappresenta da sempre il fulcro dell’impostazione costituzionale e pedagogica della scuola italiana: un approccio che non considera la pluralità linguistica e culturale come un limite burocratico da contenere, bensì come una variabile ordinaria da governare attraverso la trasformazione dei contesti educativi, la flessibilità didattica e la valorizzazione delle specificità di ciascun alunno.
La proposta di fissare “quote soglia”, misura già esistente poiché contenuta nella Circolare Ministeriale 2/2010, sconta evidentemente una visione non aderente alla struttura didattica dell’attualità. Nel nostro ordinamento, l’organizzazione dell’insegnamento non è regolata da rigidi “programmi ministeriali” (superati già dal 2012), bensì – anche al netto delle più recenti e, a nostro avviso, poco edificanti modifiche – dalle Indicazioni Nazionali, incentrate sull’autonomia delle istituzioni scolastiche, sullo sviluppo delle competenze e sulla capacità della comunità docente di modulare i percorsi formativi in base ad esigenze contestuali.
Inoltre, l’applicazione di criteri rigidi per definire lo status di “alunno straniero” si scontra con una realtà giovanile complessa ed eterogenea: collocare nella medesima categoria burocratica bambini nati in Italia da genitori stranieri, minori giunti da poco o studenti perfettamente madrelingua, rischia di generare classificazioni artificiali che non riflettono le reali competenze linguistiche e cognitive degli studenti.
Peraltro, sul piano operativo, la proposta risulterebbe concretamente inapplicabile in contesti dinamici come quello di Piacenza e della sua provincia. Il nostro territorio si caratterizza infatti per una percentuale tra le più elevate d’Italia di studenti di origine non italiana, ampiamente integrati nel tessuto sociale locale. Imporre tetti numerici rigidi significherebbe provocare la paralisi organizzativa degli istituti o, nella migliore delle ipotesi, rischiare la segregazione logistica degli alunni tramite spostamenti forzati da un quartiere all’altro o da un comune all’altro, e compromettere la continuità didattica, privando le scuole piacentine della stabilità necessaria per operare con efficacia.
Piuttosto che impegnare il dibattito pubblico su interventi rigidi o astratti, la FLC CGIL Piacenza sottolinea l’urgenza di indirizzare l’azione del Ministero e del Governo verso interventi strutturali da tempo attesi dal personale, dalle famiglie e dagli studenti.
È indispensabile superare definitivamente i limiti stabiliti dalla ormai datata Riforma Gelmini. Classi meno numerose sono l’unica e vera garanzia di una didattica di qualità.
Servono investimenti significativi per garantire spazi scolastici sicuri (con dotazioni adeguate alla permanenza in classe nonostante le elevate temperature), moderni, laboratoriali e idonei ad accogliere modelli didattici innovativi.
L’inclusione richiede inoltre continuità didattica. La progressiva eliminazione del precariato storico tra docenti e personale ATA è la precondizione per la solidità di progetti educativi efficaci.
Infine, ma non da ultimo, è oramai improcrastinabile un deciso piano di investimenti sui salari del personale scolastico italiano, tuttora ingiustificatamente distanti dalla media dei Paesi europei. Valorizzare la professione docente ed educativa passa in primo luogo dal riconoscimento economico e sociale del loro ruolo.
In definitiva, è tempo di superare approcci ideologici per concentrare ogni risorsa ed energia su ciò che serve realmente alla stabilità della Scuola della Repubblica e alla crescita delle generazioni future e del Paese.
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