L’ultimo saluto a Elisa, Costantino, William e Domenico: “Ci mancherete, ci mancherà la vostra arte”. Il vescovo ai giovani: “La vita non è un videogioco, va custodita perché vulnerabile” – AUDIO, FOTO, VIDEO

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“Io non li conoscevo ma vivo a Calendasco e questa tragedia ha sconvolto tutti, amici e non”. Dalle parole di questa ragazza emerge l’enormità del dramma che ha sconvolto un’intera provincia. In Duomo si sono celebrati i funerali di Elisa Bricchi, 20 anni di Calendasco, Domenico Di Canio, 22enne di Borgonovo, William Pagani, 23 anni di Castel San Giovanni, e il 23enne Costantino Merli, di Guardamiglio (Lodi). I quattro ragazzi deceduti nel tragico incidente avvenuto nelle acque del Trebbia, nei pressi di Calendasco. Autorità e semplici cittadini hanno affollato piazza Duomo per esprimere il dolore di un’intera comunità.

“È drammaticamente reale: la morte arriva. Anche se non ci pensiamo, anche se allontaniamo ogni segno che la richiami”. “C’è solo un amore che è più forte di ogni avversità e addirittura della morte. È l’amore di Cristo. Questo Amore tiene uniti noi a Lui e, in Lui, ci tiene uniti, tra di noi”. Sono alcune delle parole pronunciate nell’omelia dal vescovo mons. Adriano Cevolotto nella Cattedrale di Piacenza venerdì 21 gennaio ai funerali dei quattro giovani morti nell’incidente avvenuto nella notte tra il 10 e l’11 gennaio in località Malpaga nel piacentino. La loro auto, a causa della scarsa visibilità dovuta alla nebbia, si è ribaltata nel fiume Trebbia.

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Ai funerali hanno concelebrato, insieme a numerosi sacerdoti, mons. Gianni Ambrosio, amministratore apostolico di Massa Carrara-Pontremoli e vescovo emerito di Piacenza-Bobbio, il vicario generale mons. Luigi Chiesa e i parroci dei quattro giovani: mons. Giuseppe Busani, don Gianni Bergomi, don Fabio Battiato e don Pierluigi Bolzoni.

All’inizio della celebrazione è stato letto un messaggio del vescovo di Lodi mons. Maurizio Malvestiti. “Ho abbracciato – scrive il Presule – i genitori di Costantino nella loro casa, privata del sorriso del figlio, e stretto a loro ho pregato, nella certezza che questi nostri amici non sono perduti. Possiamo applicare a loro le parole del Papa ai giovani: «Quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci»”. Ha animato la celebrazione il coro della parrocchia di Borgonovo in collaborazione con le comunità di Castel San Giovanni e di San Giuseppe Operaio. 

“E’ un fatto che ha stravolto tutti”, commenta una ragazza. “Abbiamo fatto le elementari insieme, Elisa era davvero una brava ragazza”, commenta a fatica un altro giovane.

“Ci mancherete, ci mancherà la vostra arte, ci mancheranno i vostri suoni, quelli del futuro, quelli dei ventenni”, legge dall’altare un altro ragazzo, facendosi portavoce delle famiglie delle giovani vittime”.

“Quanto è difficile scrollarci di dosso la nebbia, il buio e il freddo di quella notte. In questi lunghi 11 giorni sulle parole è prevalso il silenzio. È il silenzio che avvolge questa nostra assemblea. Le domande e i perché ci sono tornati senza risposta. Perché la morte, tanto più quando giunge a vent’anni, è assurda. È ingiusta”, ha detto il vescovo Cevolotto.

“Constatiamo che le nostre parole, come la nostra vicinanza per quanto cercata e apprezzata, sono incapaci di scaldare il cuore, di aiutarci ad alzare lo sguardo per non essere risucchiati nel vortice di dolore per coloro che all’improvviso non ci sono più al nostro fianco”.

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“Le domande fatte rimbalzare in questi giorni dichiarano che siamo alla ricerca di una Parola che rompa il silenzio, invocano che il buio e il freddo siano illuminati e riscaldati. Non ci rassegniamo che il dolore non sia alleviato e consolato. Perché rimanere imprigionati in quella nebbia è morire. A nostra volta. Ma vivere lo dobbiamo anche a loro”.

“Non riusciamo né (forse) riusciremo mai a spiegarci questa morte. Però una cosa possiamo e dobbiamo considerare: la nostra vita, così preziosa e ricca, è estremamente fragile. È un cristallo. Non è dei giovani, certamente, la prudenza e il ponderare tutte le cose, ma dobbiamo/dovete vigilare per non cadere nella logica del videogioco: che ci fa pensare che abbiamo a disposizione un’infinità di vite. Che sia possibile resettare la partita, per ricominciarne una da capo. Le nostre scelte, i comportamenti che mettiamo in atto sono splendidamente e drammaticamente realistici. Costruiscono o distruggono il presente e il futuro. Una, una sola è la vita, da vivere intensamente, e tuttavia da custodire perché vulnerabile”.

“Allora mi piace immaginare Elisa, Costantino, Domenico e William ora come vostri amici-custodi che insieme ad alimentare i sogni e le speranze indispensabili per vivere, vi richiamano, quando fosse necessario, alla misura del limite. Alla misura della vita. La partita della vita è un gioco di squadra, perché è sotto i nostri occhi, nel bene e nel male, nei sogni coltivati e nel loro infrangersi, che siamo uniti. Che ci dobbiamo custodire l’un l’altro. Con responsabilità. Che questa sia la nostra e la vostra forza sulle strade della vita. E in questa partita Gesù partecipa, non da spettatore, ma come il primo a mettersi in gioco. Perché tutti abbiano la vita. In abbondanza”.

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