Processo Grimilde, 100X100inmovimento: “La cultura antimafiosa non sia un business”

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In questi giorni si parla dell’avvio del processo “Grimilde”. L’associazione 100x100inmovimento-Aps interviene sul tema. Di seguito la nota di Rossella Noviello, presidente di 100x100inmovimento-APS.

La nota di 100x100inmovimento-Aps

Diffondere cultura antimafiosa, che sveli corruzioni e collusioni attraverso i ragionamenti che i cittadini possono fare da soli, se forniti di strumenti corretti, è il nostro modus operandi da sempre. Subito dopo l’arresto di Giuseppe Caruso, per fare un esempio, abbiamo tenuto numerosi  incontri pubblici con cittadini, amministratori locali e testimoni che la ‘ndrangheta l’hanno denunciata, cittadini che vivono sulla propria pelle tutti i giorni la presenza della ‘ndrangheta e delle mafie , pagandone le conseguenze ed essendo lasciati soli. Tanti incontri pubblici, con tanti cittadini, dibattiti, proiezioni di film e di inchieste, presentazione di libri, in diversi luoghi di Piacenza e Provincia.  

Dal 2013 ad oggi, tra l’altro, non solo in occasione di eventi eclatanti accaduti “in casa nostra.” Abbiamo cercato di spiegare, raccontare, illustrare, come le mafie, in particolare la ‘ndrangheta, sono riuscite ad infettare il nostro tessuto economico proprio qui, nel Nord che si riteneva (ed ancora con arroganza si ritiene) immune, perché “noi abbiamo gli anticorpi”.

Bene, questi “anticorpi” difettosi, geneticamente privi di efficacia, sono stati un alibi per chi aveva il dovere di vigilare, opporsi, rifiutare i compromessi ed ha, al contrario, lasciato che ci colonizzassero, portando l’Emilia ad essere definita “terra di mafia”. 

Arroganza, superficialità, interessi privati, antimafia a tempo, sono ciò che abbiamo visto e vissuto.  Nell’assenza pressocchè totale di un reale ed incisivo giornalismo d’inchiesta.

Ma non abbiamo mai taciuto e mai lo faremo. I nostri associati sono spesso cittadini che denunciano ed è in primis  a loro che dobbiamo rispetto e coerenza, non certo ad un’opinione pubblica generalmente male informata o informata superficialmente sulle dinamiche dei fenomeni mafiosi. Un’opinione pubblica che stenta a prendersi la responsabilità dei propri comportamenti e preferisce delegare alle “associazioni antimafia”.

Il tempo di delegare ad altri è finito da molto, soprattutto da quando è ormai lampante la necessità di un’ antimafia sociale che sia  volontariato e che si autofinanzi, di quanto sia scandaloso che girino milioni di euro in quello che è diventato un business, un circo mediatico, che schiaccia l’occhiolino ai partiti di ogni colore, che non ha più libertà di parola, che tace su collusi importanti, su padrini dell’antimafia.

Un’antimafia sociale che non prende posizione se non conviene, non serve, o meglio si fa serva di altri poteri , decisamente poco visibili.
Mentre le responsabilità morali si possono aggirare,  alle mafie non si sfugge.Il 25 giugno 2019 Piacenza scopre che(secondo le accuse formulate) la ‘ndrangheta non solo esiste ma siede addirittura su uno dei più alti scranni dell’amministrazione comunale. Arrestano il presidente del consiglio comunale Giuseppe Caruso e suo fratello Albino.

E Piacenza si ritrova “accomunata” al primo comune emiliano commissariato per mafia, Brescello, provincia di Reggio Emilia, dove arrestano, in contemporanea, Salvatore, Francesco e Paolo Grande Aracri.
Chiamano l’operazione “Grimilde”, come la regina della favola di Biancaneve, che non vede la propria bruttezza specchiandosi.

Si ritiene la più bella del reame…. E questi sono fatti. Come sono fatti la totale assenza in tutti i dibattiti con i cittadini di chi ha preso risarcimenti economici per essersi costituito parte civile nel processo Aemilia.

A Piacenza come a Brescello, dove abbiamo tentato di spezzare i silenzi con la nostra presenza in banchetti informativi ed eventi. Banchetti  ed eventi snobbati anche dalla stessa amministrazione comunale ,che ci dava i permessi ma evitava di farsi vedere. Mai visti, nemmeno uno.  Così come non abbiamo mai visto l’antimafia sociale locale.

Ma dove c’è il male il bene non può mai mancare. Ed abbiamo scoperto un gruppo di cittadini fuori dai silenti cori, il “gruppo di discontinuità “, che dimostra, ancora una volta, che abbassare la testa non è obbligatorio, che per ribellarsi non si deve sempre delegare ad altri. L’abbiamo fatto, e ancora lo faremo, ascoltando la sofferenza, la disillusione, di chi in quel paesello ha subito umiliazioni, isolamento, diffamazioni.

Come, per citare due esempi,  Catia Silva(che ha denunciato e fatto condannare appartenenti alla ‘ndrangheta nel processo Aemilia) e  Cinzia Franchini(che ha denunciato il radicamento mafioso da parte di clan affiliati a Cosa nostra ed alla ‘ndrangheta all’interno di società operanti nella Cna- Fita che lei stessa presiedeva; la prima presidente nazionale Fita a costituirsi parte civile).Testimonianze forti, ascoltate anche a Piacenza, in più occasioni, da rappresentanti dell’amministrazione locale.

Donne che l’antimafia sociale potente e ricca ha lasciato sole, perché “non allineate”, non disponibili a tacere su altro, quell’altro appartenente ad una “zona grigia” fatta di parole sussurrate, pronunciate sottovoce perché un po’ di vergogna, chissà, qualcuno di loro  in fondo se la sente sulla pelle.
Ma si va avanti, sulla stessa strada, perché  come soleva dire il dottor Giovanni Falcone “che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così”.

Noi ci siamo e ci saremo sempre, ma a condizione di non tradire mai chi la lotta alle mafie l’ha fatta, la fa e la farà sempre senza sconti a chicchessia. In caso contrario vale il vecchio proverbio “meglio soli che male accompagnati”.