Cerimonia del 25 aprile, il sindaco Tarasconi: “Il giorno della Liberazione sia un momento di profonda consapevolezza”

“Nell’81° anniversario della Liberazione, rivolgo il saluto di Piacenza, Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza, a tutte le autorità civili e militari, alle associazioni combattentistiche e d’arma, alla senatrice Albertina Soliani che ringrazio per la sua presenza come oratrice ufficiale di questa cerimonia. Lo faccio a nome di tutte le cittadine e i cittadini che onorano, insieme a noi, il significato della ricorrenza odierna”.

E’ iniziato così il discorso del sindaco Katia Tarasconi in occasione della manifestazione del 25 Aprile

IL DISCORSO DEL SINDACO TARASCONI

Per me, il 25 aprile è nelle lacrime di mio nonno Franco, che non riusciva a trattenerle mentre mi raccontava, quando ero bambina, di suo fratello Vincenzo, partigiano nella 142° Brigata della Divisione Val d’Arda, disperso in battaglia a Prato Barbieri il 6 gennaio 1945. Non aveva ancora vent’anni. Il suo nome è inciso nel marmo sotto le arcate di Palazzo Gotico, dove pochi istanti fa abbiamo reso il nostro tributo, in un silenzio raccolto ed eloquente, a tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà.

Condivido, su questo palco, un ricordo personale, perché credo che la Liberazione non si celebri solo nella solennità gioiosa del tricolore, o nell’unità che si respira in una piazza gremita e vestita a festa, ma che debba essere per ciascuno di noi, nell’intima adesione ai valori di cui è il simbolo, un momento di profonda consapevolezza. Come se ognuna di quelle famiglie che hanno pianto i propri cari, tra le macerie di un Paese ferito e disgregato, devastato dall’abisso del nazifascismo e dalla guerra, fosse anche la nostra.

Oggi più che mai, mentre vanno purtroppo spegnendosi le voci degli ultimi testimoni, dobbiamo continuare a farci carico – e impegnarci per essere all’altezza – dell’eredità morale e del coraggio, della dignità e della coerenza con cui, dopo l’8 settembre del ’43, generazioni di italiani di ogni estrazione sociale e provenienza rifiutarono di piegarsi alle ideologie e alla violenza del regime, gettando il seme da cui sarebbero germogliati la nostra Repubblica e i principi cardine della sua Costituzione.

“Che si fonda – ha riaffermato il presidente Sergio Mattarella – sulla lotta di Liberazione, matrice di libertà e democrazia”. Proprio come avvenne per quel movimento straordinario e composito che fu la Resistenza, capace di unire percorsi ed esperienze eterogenee verso un unico obiettivo più grande, così le madri e i padri costituenti riuscirono ad accantonare e superare le differenze per trovare un punto di incontro, capace di restituire speranza e di dare un futuro al Paese.

Perché, vedete, è davvero “la gente che fa la storia”, come ha scritto Francesco De Gregori in una delle sue canzoni più belle e potenti, a volerci dire che la memoria non si coltiva nella retorica di un discorso, ma si costruisce e si rinnova, in ogni tempo, nel richiamo costante alle scelte e al sacrificio di chi lotta al fronte, di chi si batte per difendere la pace, di chi, attraverso il dialogo, persegue un mondo più giusto. Di chi RESISTE.

Eccolo, allora, il filo che si snoda lungo un cammino iniziato oltre ottant’anni fa, quando “la gente che fa la storia” furono i Caduti dei Guselli e di Rio Farnese, di Monticello e di Barriera Genova. Ma anche le vittime di stragi indicibili, da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema, di cui ritroviamo l’eco in quest’epoca segnata ancora una volta dalla barbarie di conflitti, persecuzioni, violazioni della sovranità e dei diritti umani di ogni popolo che subisce il sopruso delle armi o di una dittatura.

E fecero la storia gli oltre 8000 “resistenti” ufficialmente censiti nella nostra provincia, di cui più di 6000 combattenti tra i quali – ci dice l’Enciclopedia della Resistenza Piacentina – quasi 500 donne, ricordando però che molte di più, in realtà, furono coloro che diedero un contributo determinante alla Liberazione, non solo imbracciando un fucile ma mettendo a rischio la propria incolumità come staffette, infermiere, in fondamentali ruoli organizzativi e di cura.

A loro, madri della Repubblica democratica che per la prima volta, 80 anni fa, ebbero il diritto di esprimere il proprio voto e di essere elette, rendiamo l’omaggio e il riconoscimento che troppo spesso non ricevettero. Nel nome di Rita Cervini e della staffetta Medina Barbattini, sopravvissuta all’orrore di Ravensbruck, prime donne a sedere nel Consiglio comunale di Piacenza. Della partigiana Giuseppina Buttafuoco, prima donna nominata dal Cln nell’assise cittadina provvisoria. Di Luigia Repetti, fucilata contro il muro del cimitero urbano, di Maria Macellari scomparsa forse mentre portava a compimento l’ultima missione.

A ogni donna che ha pagato, per la nostra libertà, il prezzo più alto, vorrei dedicare i versi conclusivi di una poesia che racconta il ritorno di un uomo maturo, dopo la fine della guerra, al campo di margherite in cui venne sepolta la sua compagna partigiana: “… sotto la terra immemore, il tuo corpo giovane si è fatto fiore. La rozza croce non c’è più, nella marea di pallide corolle tu sei tornata a vivere, con la tua fame di ideali e di pane”.

Per quegli stessi ideali, viva la Resistenza, viva l’Italia libera e onesta che ci è stata affidata da coloro cui oggi – e sempre – va il nostro pensiero grato e commosso. Buon 25 aprile!

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